Il seguente testo, che vede tra i primi firmatari i sindaci di Bologna, Cofferati, e Torino, Chiamparino, il ministro Melandri, la deputata Franca Chiaromonte e la senatrice Anna Maria Carloni, verrà formalmente presentato al congresso nazionale Ds del 19/21 aprile 2007.
UNA COSTITUENTE DELLE IDEE E NON DEGLI ORGANIGRAMMI
Con il voto ai Congressi di base di DS e Margherita il Partito democratico esce dalle acque interne dei due principali partiti che hanno deciso di costituirlo ed entra in mare aperto. Spetta ora ai Congressi nazionali dispiegare le vele e prendere il vento della speranza suscitata in tante elettrici ed elettori dell’Ulivo.
Il Partito democratico non deve perdersi nelle secche di una fusione tra ceti politici. E’ un’occasione irripetibile per unire i riformismi che per tanto tempo sono stati divisi e per contrastare la diffusa diffidenza tra la gente nei confronti della politica e dei partiti.
Il Partito democratico è una necessità storica per dare all’Italia quello che non ha mai avuto, un grande partito riformista di impronta europea, aperto e pluralista, nel quale possano riconoscersi pienamente tutte le grandi tradizioni democratiche e progressiste del nostro Paese.
Per questo è fondamentale che anche i non iscritti ai partiti siano chiamati subito a partecipare a questo percorso, fin dai primi giorni successivi alla conclusione dei Congressi nazionali.
Al centro della Costituente vanno messe le idee e non semplicemente la campagna elettorale per la formazione dell’Assemblea. Sarebbe un modo sbagliato per utilizzare uno straordinario strumento di partecipazione democratica.
L’elezione dell’Assemblea costituente deve avvenire nel vivo di un grande confronto su valori e idealità aperto, non diplomatico, se necessario conflittuale per pervenire ad una sintesi politica e culturale davvero condivisa non solo dai gruppi dirigenti ma da tutto il popolo dell’Ulivo.
Il Partito democratico non è un partito moderato, non può nascere da una conversione neocentrista dell’Ulivo. E’ la sinistra del nuovo secolo, per sua natura aperta e pluralista, frutto dell’incontro tra tutta la sinistra che si riconosce nel PSE, il cattolicesimo democratico, l’ambientalismo e la cultura laica.
Anche la questione della collocazione internazionale del nuovo Partito, che dovrà necessariamente fare parte del campo di forze progressiste e democratiche, potrà essere così affrontata non come questione ideologica ma come grande questione politica frutto del profilo politico e programmatico che esso assumerà.
Laicità e diritti civili, sostenibilità ambientale, eguaglianza, lavoro, lotta alla povertà su scala planetaria dovranno essere tra i temi fondamentali della Costituente.
E dalla Costituente dovranno emergere con chiarezza i caratteri del nuovo Partito a cui vogliamo dare vita, perno del bipolarismo italiano e promotore dell’attuazione dell’art. 49 della Costituzione sulla democrazia interna ai partiti.
Il principale cambiamento deve riguardare il rinnovamento delle classi dirigenti e la promozione della democrazia paritaria tra donne e uomini negli organismi dirigenti e nelle candidature alle cariche elettive del nuovo Partito. Per questo va assunto un credibile impegno a liberalizzare la politica e a promuovere la presenza dei giovani e delle donne a tutti i livelli.
Un partito nuovo non può nascere unendo in modo oligarchico le strutture dei due partiti maggiori. Democrazia degli iscritti e democrazia degli elettori dovranno essere bilanciate applicando il principio democratico “una testa, un voto”. Le leadership dovranno essere effettivamente contendibili e le candidature andranno selezionate con il ricorso sistematico al metodo delle elezioni primarie.
E un partito nuovo non può nascere se non si rovescia fin dalla fase costituente la tradizionale piramide centro-periferia propria di tutti i vecchi partiti. Il carattere federale della nuova formazione politica è essenziale per valorizzare i territori e le esperienze ad esse collegati, poiché l’Ulivo si è sempre alimentato delle risorse e delle energie cresciute nelle comunità locali le quali costituiscono un patrimonio prezioso per il nuovo Partito.
Per raggiungere questi obiettivi proponiamo la seguente articolazione della Costituente del Partito democratico: 1) i Congressi di DS e Margherita si rivolgeranno formalmente a tutti i partiti e le formazioni politiche che hanno condiviso l’esperienza dell’Ulivo del ’96, rispetto alla quale il Partito democratico si pone in un rapporto di continuità diretta, perché partecipino alla fase costituente, discutendo le modalità con le quali questo risultato può essere conseguito su un piano di pari dignità tra tutti i soggetti fondatori;
2) saranno costituiti il Comitato nazionale e i Comitati locali per il Partito democratico in tutte le province e nelle grandi città, formati dai rappresentanti dei partiti e degli altri soggetti politici che decidono di farne parte e delle associazioni. Un Comitato nazionale di garanti, formato da personalità scelte di comune accordo, dovrà assicurare l’attuazione scrupolosa e integrale delle Regole della fase costituente che verranno stabilite dal Comitato nazionale sentiti i Comitati locali;
3) ai Comitati locali spetterà il compito di organizzare le preadesioni al Partito democratico anche dei non iscritti agli attuali partiti, sulla base di una Carta dei diritti e dei doveri che verrà elaborata dal Comitato nazionale sentiti i Comitati locali. La Carta dei diritti dovrà prevedere la possibilità per gli aderenti di partecipare all’elezione dell’Assemblea nazionale costituente e al confronto sui valori e le idealità del nuovo partito anche attraverso forme di consultazione diretta su temi e questioni specifiche;
4) sulla base della proposta di “Manifesto del Partito democratico” verranno sollecitati contributi politici e programmatici da parte dei Comitati locali che si affiancheranno a discussioni tematiche promosse anche nazionalmente in appositi Forum al fine di mobilitare il vasto patrimonio di competenze e di intelligenze che si è già dimostrato disponibile a partecipare alla Costituente. Tali contributi verranno inviati al Comitato nazionale il quale, sulla base di procedure rigorosamente definite, le farà pervenire all’Assemblea costituente per la redazione definitiva del Manifesto e dello Statuto del nuovo Partito;
5) l’elezione dell’Assemblea costituente avverrà su base esclusivamente territoriale, assegnando ad ogni provincia e ad ogni grande città un determinato numero di seggi ed eleggendo i relativi rappresentanti con il metodo proporzionale sulla base di liste locali. Le liste saranno bloccate, dovranno prevedere una rigorosa alternanza tra donne e uomini in modo da assicurare che ciascuno dei due generi abbia una rappresentanza minima del 40% e massima del 60%. Dovranno inoltre essere formate in modo tale da garantire il 50% di eletti sotto i 40 anni. Avranno diritto di voto coloro che al momento dell’elezione, prevista per l’autunno 2007, hanno compiuto i 16 anni di età, risultano iscritti alle liste di preadesione al Partito democratico di ogni Comitato locale o, al momento del voto, dichiarano di voler aderire al nuovo Partito. Gli eletti in ogni provincia daranno vita all’Assemblea costituente provinciale, gli eletti in ogni regione all’Assemblea costituente regionale con compiti stabiliti dalle Regole elaborate dal Comitato nazionale.
Primi firmatari dell'O.d.G. che verrà presentato al Congresso Nazionale DS di Firenze del 19/21 aprile 2007: Goffredo Bettini, senatore Ulivo Anna Maria Carloni, senatrice Ulivo - Associazione Emily Sergio Chiamparino, Sindaco di Torino Franca Chiaromonte, deputata Ulivo - Associazione Emily Sergio Cofferati, Sindaco di Bologna Lionello Cosentino, deputato Ulivo Beniamino Lapadula, responsabile economico CGIL - Direttore Cento Passi Giovanni Lolli, Sottosegretario Ministero Politiche Giovanili e Attività sportive Giovanna Melandri, Ministro per le Politiche Giovanili e le Attività sportive Laura Pennacchi, Direzione Nazionale DS Walter Vitali, senatore Ulivo
Roma, 17 aprile 2007
Ora che abbiamo scelto, in democrazia e con la massima partecipazione, è arrivato il momento di dare avvio alla fase costituente del nuovo partito. È importante che le modalità ed i contenuti della fase costituente siano da subito al centro di una ampia discussione e di decisioni che non debbono essere assunte in modo verticistico. Molti compagni lamentano che fin ora al nostro dibattito sono mancati passione e un’anima. Ma la passione, il rigore, l’entusiasmo sono piuttosto qualità di una fase costituente e perché queste qualità accompagnino il grande lavoro che è davanti a noi dobbiamo decidere di mettere il nuovo partito nelle mani dei suoi protagonisti: i cittadini, i lavoratori, le donne i giovani, con un’assemblea costituente che sia democraticamente eletta.
Così pure dobbiamo continuare a lavorare perché il dissenso al partito Democratico che si è manifestato al Congresso dei DS non si trasformi in scissione o abbandono da parte di tante compagne e compagni. A tutti loro vorrei chiedere sinceramente quali sono le ragioni per una scissione preventiva e perché non partecipano alla fase costituente? A chi come a me è stato eletto in Parlamento voglio ricordare quella grande aspettativa all’Unità e all’Unificazione che ha accompagnato la nostra vittoria elettorale. Una separazione - questa sì «a freddo» - dei gruppi parlamentari dell’Ulivo avrebbe un devastante effetto simbolico e colpirebbe proprio quella profonda e popolare domanda di Unità.
Con i contemporanei congressi nazionali dei DS e Margherita della prossima settimana si chiuderanno definitivamente: per i DS una storia post-comunista e per la Margherita quella più confusamente democristiana. Ai compagni che oppongono a tutto questo le ragioni dell’identità, della sinistra o del socialismo, ed in particolare alle donne, rispondo ricordando quale rottura di identità sia stata il femminismo nel vecchio PCI. L’irrompere del personale sul politico, dell’individuale sul collettivo e dell’autonomia delle donne sul centralismo democratico. Il vecchio partito reagì accusando il femminismo di essere un fenomeno piccolo borghese che spingeva al riflusso e al disimpegno. Penso che non sarà mai il buon nome di famiglia/socialista o democratico a restituirci un tasso maggiore o minore di moderatismo piuttosto della capacità di cambiare radicalmente, riformare, rendere un po’ più decente e giusta la società.
Se nei congressi abbiamo discusso del se, da oggi parliamo del COME e COSA FARE perché il Nuovo Partito sia democratico non solo nel nome. È stato il Presidente della Repubblica nel suo discorso di Capodanno a mettere l’accento preoccupato sui rischi di separazione della politica del paese reale e Romano Prodi sull’Unità, qualche giorno fa, ad insistere sulla necessità di colmare il deficit di quantità e qualità della politica italiana. Il PD nell’Italia di oggi, dopo 12 anni dall’esperienza dell’Ulivo con le sue aspettative di cambiamento della politica italiana deve dire chiaramente che la politica, cosi come è , non va bene e non si difende. Il principale cambiamento deve riguardare il rinnovamento delle classi dirigenti e la promozione della democrazia, intesa come democrazia paritaria cioè donne e uomini sia negli organi dirigenti del nuovo partito sia nelle candidature sia nelle istituzioni facendo vivere finalmente l’art. 51 della Costituzione che finora è rimasto lettera morta.
La fase costituente dovrà accompagnarsi ad una forte iniziativa sul terreno dell’innovazione istituzionale e della modifica della legge elettorale con l’obiettivo di rafforzare il bipolarismo ed il sistema maggioritario. Per ottenere questo dovremmo avvalerci anche della spinta popolare attraverso il Referendum che ancora una volta potrebbe svolgere una funzione di pressione sul Parlamento e di condizionamento delle formazioni più piccole, contro la frantumazione e il particolarismo che ha reso grottesco il nostro sistema politico con 23 partiti rappresentati in Parlamento e una soglia dell’1% per ottenere il finanziamento pubblico. Penso che il percorso costituente dovrà innescare innanzi tutto un grande processo di animazione della politica e della società ed essere una formidabile occasione di crescita culturale, di ascolto e di dialogo, l’elezione dell’assemblea costituente dovrà avvenire nel vivo di un grande confronto sui valori e sulle idealità. Una ricerca veramente aperta suoi valori intorno a cui una società si tiene insieme perché sono piuttosto disvalori quelli che ogni giorno ci vengono restituiti violentemente come in uno specchio deformante della televisione. Penso ad esempio, al conformismo dell’ignoranza che può essere concausa della tragica fine di Marco, 16 anni, bravo e sensibile, isolato e ferito dai comportamenti dei compagni di classe e al senso di una scuola completamente privata dell’autorità degli insegnanti i quali non riescono nemmeno a ottenere lo spegnimento dei telefonini in classe. Una scuola che più facilmente ci viene presentata come palestra di illegalità e violenza anziché di vita democratica. Penso poi alla necessità di parlare delle nostre famiglie quelle reali che non sono quelle del Mulino Bianco e neanche quelle di cui parla il manifesto del family day.
Dunque una costituente aperta, non diplomatica, se necessario CONFLITTUALE che sappia tenere nel dialogo tra credenti e non credenti la bussola della laicità, qualità irrinunciabile e fondamentale paradigma democratico. Penso sia molto importante rafforzare le ragioni del dialogo tra credenti e non e insieme comprendere le cause del rinnovato e sorprendente protagonismo dei vertici della Chiesa dentro la politica italiana. È una Chiesa che guarda indietro e che insieme al latino pre-conciliare torna agli anatemi, alle prescrizioni comportamentali e politiche. Una Chiesa e un Magistero che sembrano condizionati dalla disperazione e dal pessimismo più assoluto sulla stessa natura umana. Una Chiesa che sembra voler opporre all’Islam POLITICO un CATTOLICASIMO POLITICO e così facendo trascura la spiritualità e la formazione delle coscienze. Tutto ciò potrà lasciare un vuoto di evangelizzazione che già si fa sentire, e non solo per i cattolici. Per questo, proprio sul terreno delle idealità possiamo insieme credenti e non credenti fare nostro il grande bisogno che c’è di nuova etica e di spiritualità.
Il PD non è per questo un partito moderato e non può nascere per un’improvvisa conversione neo centrista dell’Ulivo per questo partito, se al primo posto c’è la costituente delle idee, questa deve essere coniugata a quella delle regole e della partecipazione. In entrambi i casi sarà decisivo l’apporto delle donne, sia per quanto riguarda le idee e le culture, sia per le pratiche politiche e la capacità, di perseguire processi di unificazione che tengono insieme relazioni, il valore delle differenze e la gestione dei conflitti. Le donne in questo sono maestre e bene lo si è visto anche qui a Napoli in particolare con la bella esperienza di Emily-Napli e la capacità dimostrata di ricostruire, dopo il conflitto sulla lista, ragioni ancora più forti per stare insieme da donne nei DS e oggi nel PD.
Con la costruzione del PD per la prima volta nella nostra storia le donne potranno essere a pieno titolo soggetto fondante e costituente di un partito popolare e di massa. In tal senso sarà decisivo lo statuto del nuovo Partito che non dovrà contenere quote di riequilibrio ma dovrà affermare fin dalla fondazione che il PD è un partito di donne e di uomini nella forma e nella sostanza, ed essere finalmente conseguente. Non ci sarà PD senza donne e senza giovani, dunque non ci sarà PD senza società e senza innovazione. Il rischio di fallire l’obiettivo sarebbe altissimo se si procedesse pensando alla unificazione oligarchica dei due partiti fondatori. Allo stesso modo perciò più che fondatori i DS e la Margherita devranno qualificarsi promotori ed animatori di una costituente vera che viva sui territori e nella società per un partito democratico e popolare, per dare finalmente all’Italia e alle nuove generazioni il partito che serve e che non ha mai avuto. AnnaMaria Carloni
Sul tema della medicina di genere sono state approvate nella seduta n. 141 del 17 aprile 2007 le mozioni: n. 45, presentata dalla senatrice Bianconi e da altri senatori; n. 87 (testo 2), presentata dalla senatrice Serafini e da altri senatori; n. 89, presentata dalla senatrice Valpiana e da altre senatrici.
L'intervento in aula della senatrice CARLONI (Ulivo). Signor Presidente, le mozioni sulla salute delle donne alla nostra attenzione esprimono oggi nel loro approccio tutte la medesima cultura, il medesimo punto di vista. Non è un caso: il punto di vista femminile, in particolar modo sulla salute, ma non solo, non è frutto di un femminismo ideologico o di una cultura autoreferente limitata ad alcune élite femminili, ma invece di un rivoluzione profonda, la più pervasiva, positiva e tutt'ora vitale che ereditiamo dal secolo passato, quella delle donne.
Si tratta di una presa di coscienza fortemente ancorata all'esperienza differente dell'essere donna nella sfera simbolica e in quella sociale. La differenza, iscritta nel corpo femminile, è all'origine della fondazione di una nuova soggettività morale che ha attraversato ogni campo del sapere modificando statuti e assetti disciplinari. La proposta, congiuntamente avanzata al Governo, di istituire, come già si è fatto in altri Paesi, un corso di specializzazione in medicina di genere, così come quella di dare vita a un osservatorio sul benessere e la salute delle donne non è da intendersi come pura aggiunta e affiancamento alle altre specialità o ad altri osservatori. Quando parliamo di donne parliamo di uno dei due sessi che è all'origine della specie ed è, tra i due, quello maggiormente impegnato nella riproduzione della specie stessa e dunque della necessità che la medicina sappia contrastare ogni pretesa di scientificità neutra valida in tutti i casi, indifferentemente, per uomini e donne, al fine di raggiungere mete e traguardi sempre più significativi nella cura e prevenzione di malattie che differentemente colpiscono l'umanità maschile da quella femminile.
Sembrerebbe persino ovvio nel campo della salute che la ricerca, la scienza clinica, i percorsi scientifici si debbano sviluppare coerentemente con i corpi e la vita reale e differente di donne e uomini; eppure l'ovvio è il contrario. C'è la prosecuzione di attività indifferenziate, sia nei presupposti statistici sia nei programmi e nelle azioni formative, che solo quando ci sono le donne a decidere assumono un punto di vista differente, cioè differentemente orientato alle donne e agli uomini reali. La nostra discussione parlamentare intorno a questi temi è dunque particolarmente importante e può avere ricadute significative sul piano sociale, implicando e intrecciandosi all'azione di Governo, a quella legislativa e incontrando certamente l'interesse di una vasta opinione pubblica. La storia della medicina a proposito delle donne è costellata di crimini; crimini non metaforici. Il parto cesareo vede la luce, per così dire, con un taglio contro la madre, la madre contro il bambino, mors tua, vita mea, in favore della vita del nascituro; ne parla molto bene la nostra collega, la senatrice Maria Luisa Boccia, in un bellissimo libro. È storia sociale quella delle epidemie di setticemia puerperale, provocate dai ginecologi che, visitando in serie le puerpere, senza nemmeno lavarsi le mani, fino alla metà del secolo scorso, facevano così morire le donne. Senza volermi dilungare, mi preme invece esaltare l'opera del professor Veronesi, una straordinaria presenza italiana nel campo clinico e della ricerca medica, un vero amico delle donne che si è opposto e si oppone all'idea ordinaria della mutilazione femminile per trattare la senologia oncologica sia dal punto di vista chirurgico che terapeutico e clinico.
Tuttavia si tratta di un'eccezione; la normalità, ripeto, è un'altra. La classe medica, il mondo della ricerca, ma soprattutto i decisori, continuano ad essere più uomini che donne e questa è la differenza più corposa e visibile e non, invece, quella del corpo delle donne, con i suoi tempi, i bisogni, i sintomi, le patologie differenti che dovrebbero interrogare continuamente la medicina, la ricerca e la politica. Le donne vivono sei-otto anni in media più degli uomini e la differenza di genere si accentua anche con il progredire dell'età. Le donne più degli uomini fanno l'esperienza del deterioramento della propria capacità funzionale, a cominciare dai movimenti, e vivono il paradosso di essere più degli uomini soggette ad ammalarsi, ma contemporaneamente avere una mortalità più bassa. È incredibile come queste differenze siano costantemente osservate, soprattutto fortemente percepite socialmente e, tuttavia, ancora troppo poco studiate, al punto che non si sa ancora dire in che misura queste differenze siano da attribuire a fattori sociali piuttosto che biologici. Ciò vale anche per altre situazioni: in Italia le donne si ammalano di tumore in misura, in genere, minore rispetto agli uomini. Tuttavia il trend per gli uomini è in diminuzione, forse a causa dell'abbassamento del tasso di tabagismo; non è lo stesso per le donne, soprattutto al Sud. Oppure, gli uomini si ammalano di più per eventi cardiovascolari; tuttavia, quando le donne si ammalano, muoiono più facilmente. Perché? Dipende dalle procedure di diagnosi che sono meno sensibili per le donne? O piuttosto sono le terapie che sono meno efficaci?
La professoressa Paola Muti, direttore scientifico dell'Istituto nazionale tumori Regina Elena, intervenendo recentemente ad un convegno, svoltosi a Napoli e voluto dal ministro Turco, sulla salute delle donne, ha citato un recente studio spagnolo che ha studiato un vasto campione di 7.000 donne e uomini, ricoverati per infarto del miocardio acuto. Da questo studio risultava che nonostante donne e uomini fossero stati nella stessa misura sottoposti ad angiografia, poi, un numero molto inferiore di donne era stato riperfuso. Non solo, un numero ancora più basso di donne aveva ricevuto i trattamenti anticoagulanti, nonostante le linee guida a questo proposito fossero perentorie. Infine, anche nelle dimissioni delle donne erano destinati un numero di presidio ridotti rispetto agli uomini. Tutti questi fatti si sono poi comprensibilmente tradotti in una più alta mortalità entro il ventottesimo giorno dall'infarto.
La salute delle donne in concreto passa anche molto attraverso la collocazione centrale, il ruolo di sostegno e di cura della famiglia e delle relazioni familiari. Un recente studio dell'università di Padova ha mostrato come, in seguito ad una grave malattia che riguardi un figlio, è il 70 per cento delle donne che deve abbandonare il lavoro esterno per sopperire alle necessità di cura del figlio stesso. Questi dati così forti indicano come attraverso una nuova strutturazione dei network di cure primarie e di continuità assistenziali, indicate tante volte dal ministro Livia Turco, passi anche una nuova dimensione meno discriminante e di minore impatto sulla salute delle donne.
In qualità di senatrice della Campania, una Regione del Sud che patisce una triste quantità di primati negativi a proposito della salute delle donne, sono particolarmente grata al ministro Livia Turco che ha scelto, in occasione dell'8 marzo, di presentare a Napoli le linee di un piano di azione che assume proprio il diritto alla salute delle donne quale diritto forte, tale da promuovere e tutelare tutti gli altri diritti, sia sociali sia civili e politici. Si tratta di un quadro di obiettivi strategici di azioni, in parte già significative e deliberate ed in parte da implementare, che effettivamente puntano a rendere la salute delle donne protagonista delle politiche di sviluppo secondo un approccio che fa leva su due concetti (empowerment e mainstreaming), cardini della ancora oggi insuperata strategia deliberata dalla Conferenza mondiale dell'ONU sulle donne riunitasi a Pechino nel 1995.
Il risalto che al convegno di Napoli è stato dato ad alcune proposte, come per esempio uno spazio adolescenti all'interno consultori familiari, sportelli dedicati contro la violenza sulle donne su tutto il territorio nazionale, a cominciare dai pronto soccorsi, le modifiche della legge n. 53 sui congedi parentali per garantire più tempo a casa per genitori e bambini prematuri, così come il tema dell'educazione alla genitorialità e a campagne di prevenzione mirate sui tumori femminili hanno, nella nostra realtà campana, lasciato un segno profondo e positivo, rinnovando la speranza di cambiamento e la motivazione di tante donne, cittadine, operatrici della sanità, amministratici, donne delle istituzioni e della politica. Da molti anni tante donne delle associazioni e delle istituzioni sono impegnate e concentrate su una battaglia singolare; ci battiamo contro l'epidemia dei parti cesarei in Campania. Sì, epidemia. Nel 2003, a titolo di esempio, sono nati con taglio cesareo in Campania 34.330 bambini, cioè il 61 per cento, contro un dato già medio-alto a livello nazionale del 36 per cento, e a fronte di un tasso ritenuto fisiologico dall'Organizzazione mondiale della sanità che parla del 20 per cento. Ecco, noi sappiamo che se fosse rispettato il ricorso fisiologico al cesareo, cioè avvicinandosi al 20 per cento, nello stesso anno avremmo avuto circa 23.000 cesarei in meno, e immaginate con quali vantaggi sia per le mamme sia per i bambini. Inoltre, avremmo risparmiato circa venti milioni di euro. Abbiamo analizzato questi dati e svolto sui nostri territori moltissime iniziative e, per esempio, abbiamo scoperto che in Campania le strutture private attive nel settore ostetrico sono il 47 per cento del totale e assistono il 46 per cento dei neonati, mentre a livello nazionale si tratta solo del 12 per cento dei neonati. Certamente non è spiegabile con le caratteristiche delle madri il fatto che le donne assistite in strutture private, dove si concentra un basso tasso di rischio ostetrico, rischino per il 40 per cento in più delle altre donne con il ricorso al taglio cesareo. Molte e concrete proposte sono state avanzate in questi anni per il contenimento dei tagli cesarei.
Oggi a quelle piattaforme che restano valide e riguardano i consultori, i centri nascita, il potenziamento degli organici delle ostetriche, abbiamo trovato come donne la forza di aggiungere la costituzione di comitati ispettivi con la partecipazione di donne cittadine, espressione dell'utenza femminile, direttamente nei presidii pubblici e privati. Il coinvolgimento dell'opinione pubblica, in questo caso delle donne, per renderle nuovamente centrali e protagoniste attraverso l'espressione dei propri valori, delle proprie priorità e desideri, rappresenta, a nostro avviso, la chiave di volta di un'azione prolungata nel tempo, una vera e propria road map per abbattere questa epidemia, che è, al tempo stesso, sintomo e causa di sprechi e malasanità. Essa si consuma, ancora una volta, come crimine contro le donne e contro l'umanità dell'evento della nascita in nome di una medicalizzazione anestetizzante che tutto vorrebbe addormentare e manipolare, anche il desiderio di vivere, la forza di nascere e quella di partorire.
PIU’ DONNE PER LA DEMOCRAZIA Napoli, 19 febbraio 2007
LEGGE ELETTORALE E RAPPRESENTANZA DI GENERE Intervento della senatrice Anna Maria Carloni, presidente Emily Napoli
Il tema di questa giornata di riflessione mi è particolarmente caro, è un tema che ha accompagnato il mio percorso politico fin dagli anni ’70, intrecciandosi fortemente con il movimento – o meglio i movimenti – delle donne. Donne che, dentro e fuori i partiti, hanno segnato quei cambiamenti sociali e normativi che hanno portato il nostro paese al livello di democrazia e uguaglianza di cui oggi godiamo. Basti citare soltanto i cambiamenti intervenuti nel diritto di famiglia – per fare un solo esempio - per misurare lo spessore delle riforme attuate sotto la spinta dei movimenti femminili. Si è trattato di una rivoluzione che ha cambiato la faccia del nostro Paese: oggi le donne sono dappertutto, ricoprono ruoli di responsabilità, sono inserite appieno nelle dinamiche produttive e culturali. Ieri non era così. Oggi nessuna strada ci appare sbarrata. A parte la politica, che fa tristemente eccezione.
Le cifre della politica sono note a tutti. L’asimmetria di genere che si verifica nei livelli direzionali e dirigenziali, e soprattutto nella politica, rappresenta un dato allarmante. Nonostante si sia raggiunta un'uguaglianza giuridica completa e solida, la “questione” della piena cittadinanza femminile è ancora oggi più che aperta. Cittadinanza femminile significa democrazia paritaria. Significa raggiungere l’obiettivo di un’uguaglianza non soltanto formale, ma anche sostanziale, tra uomini e donne. Vuol dire avere la possibilità reale – e non puramente teorica - di partecipare ai processi decisionali della politica. E’ chiaro che soltanto quando le donne ci sono, quando praticano realmente la politica - così come accade in ogni altro campo - diventa possibile un loro reale e solido coinvolgimento elettorale e amministrativo. Le donne ai vertici del giornalismo sono troppo poche, ma sarebbe certamente impossibile immaginare che qualcuna possa diventare direttore di un grande quotidiano se venisse preclusa la possibilità di essere assunte come giornaliste, ricoprendo via via incarichi di maggiore responsabilità. E’ un cammino troppo lento, a mio parere, tuttavia il percorso è tracciato, la possibilità reale esiste.
Nella politica, come in nessun altro luogo, ciò non accade. Le donne non accedono. E’ come se, per restare nell’esempio precedente, in un giornale venissero assunti soltanto uomini. Ci sembra impossibile immaginare una tale situazione in un qualunque luogo di lavoro. Eppure, nel nostro paese, esistono assemblee elettive senza donne. Il consiglio comunale di Napoli, terza città d’Italia, è in questa situazione.
Attenzione però. Non si tratta di un problema che riguarda soltanto una parte di cittadini, le donne. Non si tratta di sostenere e difendere una categoria sociale svantaggiata. Al contrario. Il riequilibrio della rappresentanza di genere investe direttamente la qualità e la natura della rappresentanza democratica e costituzionale. Di fatto, le assemblee elettive sono oggi drammaticamente poco rappresentative dell’elettorato. Di fatto, la politica soffre da troppo tempo di una sempre più accentuata separazione dal paese reale, di una incapacità di interpretare appieno le istanze della società. Da troppo tempo la politica è incapace di rigenerare se stessa, di innovare la classe dirigente in base a reali meccanismi di ricambio. E questo genera una sempre più diffusa sfiducia, un allontanamento che diventa ogni giorno più marcato tra classe dirigente politica e cittadini.
L’assenza e comunque la scarsa presenza delle donne rappresentano un simbolo e un sintomo del deficit democratico che il nostro paese si trova ad affrontare. Esiste, per le donne ma anche oltre le donne, un problema di deficit democratico prima ancora che di rappresentanza. La risoluzione non potrà che passare per regole chiare e trasparenti che possano garantire, attraverso gli organismi rappresentativi, che ciascun gruppo possa far sentire la propria voce nella vita pubblica. Ristabilendo quelle dinamiche che sono alla base di una democrazia compiuta.
Sono convinta che è necessario utilizzare strumenti normativi forti per mettere ”in gioco” le donne. Possibilità che oggi è quasi del tutto preclusa.
L’esperienza, ormai quasi decennale, maturata dall’associazione Emily ci ha rafforzato nella convinzione che il riequilibrio non potrà stabilirsi se non attraverso l’utilizzo di molti e connessi strumenti normativi. La rete Emily vede tra le sue fila donne di grande esperienza politica, che hanno voluto mettere la loro competenza in comune con donne che si avvicinavano per la prima volta alla politica. La rete ha lavorato sulle relazioni tra donne, sulla formazione, sul costante tentativo di entrare in contatto con le gerarchie dei partiti del centrosinistra per provare a scalfire il muro che nega l’accesso alla decisione a chiunque non faccia parte di una ristretta cerchia. Abbiamo ricevuto in cambio promesse. Ma pochi fatti. E risultati, ricordavo prima le ultime elezioni comunali a Napoli, avvilenti.
La strada soft della mediazione politica si è rivelata inefficace, irrealizzabile. Non ha permesso di raggiungere – nonostante gli innumerevoli proclama sulla giustezza delle richieste femminili - quella massa critica che permette di mettere in moto un reale e sano meccanismo di ricambio, di crescita e di avvicendamento. La partecipazione di Emily, nel 2004, alle elezioni provinciali di Napoli con una lista interamente femminile ha rappresentato un’esperienza importante. Non soltanto per la capacità di far eleggere una consigliera provinciale. Ma anche perché la presenza di una lista femminile riuscì dove mille convegni e riunioni non avevano sortito effetto: alcuni dei nostri partiti candidarono e fecero eleggere molte più donne di quanto mai sia accaduto in elezioni amministrative a Napoli prima e dopo quelle elezioni. E’ un dato sul quale vale la pena di riflettere, dimostra quanto sia ormai improrogabile la necessità di modificare il corpus normativo e introdurre regole tali da vincolare alla parità partiti e liste elettorali.
La questione, vale la pena ricordarlo, non investe soltanto il nostro paese. Va ricordato che in Europa molti tra gli atti che riguardano la presenza femminile nelle sfere decisionali appartengono ad una legislazione non vincolante per gli stati membri - detta soft legislation. In Francia (dove l’assemblea nazionale è eletta con sistema elettorale maggioritario a collegio uninominale a doppio turno, mentre per senato e enti locali vige il sistema elettorale proporzionale a liste concorrenti ) le leggi prescrivono l’alternanza fra uomini e donne sulle liste di candidature presentate per tutte le elezioni che si svolgono con scrutinio di lista proporzionale a un solo turno. Conscio della necessità di imporre forti vincoli per favorire il rispetto di questa norma, il legislatore francese ha previsto una norma che vincoli i partiti all’alternanza uomo donna, pena la diminuzione del finanziamento pubblico del partito se lo scarto fra il numero totale dei candidati di ciascun sesso supera la soglia del 2% del numero totale dei candidati. Il modello francese ha prodotto risultati indubbiamente confortanti nella tornata elettorale amministrativa del 2001, quando si registrò un aumento della percentuale delle consigliere elette dal 25 al 47%. Per converso, nelle elezioni cantonali successive, alle quali questa legge non è stata applicata, le donne non hanno superato la barriera del 10%. Tuttavia nelle elezioni politiche del giugno 2002 la tendenza è stata bruscamente interrotta. La prassi ha mostrato insomma che i partiti hanno preferito subire forti penalizzazioni economiche piuttosto che rispettare le norme sulla parità fra i sessi. Il dibattito francese sta affrontando di nuovo il tema, rivendicando la “parità” come principio distinto dalla “eguaglianza” e auspicando una rifondazione universale della cittadinanza in nome di un’unica differenza, quella sessuale.
Il profondo rinnovamento e la regolamentazione dei gruppi politici appare quindi essere un tema fondante – e non marginale - in una riflessione concreta sulla rappresentanza femminile.
Nei paesi nord europei, che in fatto di partecipazione femminile alla politica hanno una tradizione consolidata e culturalmente radicata, l’equilibrio dei rapporti fra i sessi è affidato all’autoregolamentazione dei partiti. Tutti i principali partiti si sono dotati di regole interne per le quali almeno il 40% dei candidati alle elezioni (nazionali o locali) debbano essere donne. Ma siamo in presenza di società molto più avanzate della nostra su questi temi, società nelle quali il principio di eguaglianza si è affermato molto prima che da noi. Società nelle quali queste regole vengono assolutamente rispettate, tant’è che i paesi nordici hanno ottenuto i risultati migliori in termini di eguaglianza tra donne e uomini, pur non avendo fatto ricorso a politiche elettorali specifiche.
La situazione italiana, come quella francese e spagnola, è molto diversa. Gli schemi di autoregolamentazione che pure alcuni partiti si sono dati, vengono molto spesso disattesi in modo clamoroso. E’ mancata fino ad oggi un’ampia discussione e, soprattutto, il dibattito appare troppo spesso ridotto alla divisione, quasi manichea, tra fautori e detrattori delle cosiddette quote. Penso sia fuorviante utilizzare tali schematismi. Il problema non risiede nello stabilire meccanismi di tutela o quote, quanto piuttosto nell’introduzione di regole nuove e trasparenti per superare deficit democratici inaccettabili non solo nel campo politico e istituzionale, ma in tutta la sfera pubblica.
Non a caso il Parlamento, sulla materia della rappresentanza femminile, è intervenuto modificando, prima nel 2001 e poi nel 2003, due articoli di leggi costituzionali. Oggi è necessario dare compiutezza ai dettati dell’art. 51 e 117 della costituzione. Per farlo è necessario mettere in campo differenti e simultanei strumenti di intervento. In campo elettorale, innanzitutto. A cominciare dalla riforma della legge elettorale nazionale. L’attuale legge, voluta dal governo di centrodestra, ha di fatto consegnato unicamente alle segreterie nazionali dei partiti (dove la dirigenza è per lo più maschile) la prerogativa di nominare i parlamentari. L’attuale numero di donne, sia alla Camera che al Senato, anche per questo motivo è ancora del tutto insufficiente per raggiungere l’obiettivo di una reale politica paritaria. Il riferimento adottato per giungere ad una effettiva democrazia paritaria è quello della Risoluzione del Parlamento Europeo del 2005 e cioè “un terzo di donne elette rappresenta la soglia minima necessaria in tutti gli organi istituzionali per poter tenere pienamente conto degli interessi delle donne nella società e il 50% è un obiettivo giustificato per giungere alla democrazia paritaria”. La nostra associazione ritiene che sia necessario mettere mano ad una nuova legge elettorale che sappia rinsaldare il rapporto tra parlamentari, territorio ed elettori, contrastare l’attuale frammentazione partitica e consolidare in Italia il sistema bipolare e la democrazia dell’alternanza. Si tratta di una riforma urgente, la cui realizzazione si scontra con la seria difficoltà a legiferare sofferta dal Parlamento, e in particolare dal Senato dove la maggioranza è costantemente in bilico proprio a causa di questa legge elettorale. Noi di emily pensiamo che ancora una volta, il referendum oltre che un valido strumento di partecipazione dei cittadini potrebbe rappresentare uno strumento di pressione sul Parlamento per la riforma della legge elettorale.
Dobbiamo darci in Campania un ulteriore obiettivo, legato all’approvazione dello statuto regionale, e alla redazione della nuova legge elettorale regionale. La legge regionale della Toscana può rappresentare un importante modello di confronto. Si tratta dell’unica elegge elettorale che alla prova dei fatti ha dato per le donne significativi risultati, prevedendo la presenza paritaria nelle liste. Ma soprattutto il modello toscano prevede, accanto alla regolamentazione elettorale, anche la regolamentazione delle elezioni primarie per la scelta dei candidati.
Riequilibrio di genere nelle leggi elettorali, ma anche maggiore partecipazione, più democrazia e più trasparenza all’interno dei partiti. Sono queste le due architravi sulle quali è necessario fondare una vera riforma del sistema della rappresentanza politica. L’una senza l’altra darebbero vita ad un sistema monco, privo di reale efficacia. Sono le due gambe sulle quali può realmente camminare quella innovazione della politica che sempre più elettori ci chiedono. Bisogna agire a livello locale e nazionale su queste due direttrici. Producendo circoli virtuosi che permettano di diffondere le buone pratiche e di dare risoluzione al deficit di rappresentanza e di democrazia accumulato in questi anni. Bisogna creare strumenti di trasparenza e riequilibrio anche all’interno dei partiti. Per questo – io al Senato e Franca Chiaromonte alla Camera – abbiamo presentato una proposta di legge che prevede l’istituzione delle primarie, vincola i partiti a “evitare che un sesso prevalga sull’altro nella composizione degli organismi dirigenti, negli organi di garanzia, nelle candidature alle elezioni”. E stabilisce “un incremento dal 5 al 10% della quota di finanziamento pubblico ai partiti da destinare ad iniziative volte alla partecipazione femminile alla politica”.
Infine, è necessario mettere in campo norme nazionali e regionali per garantire l’accesso paritario alle cariche pubbliche. La Regione Campania, prima in Italia, ha approvato un provvedimento che stabilisce il principio di parità nelle nomine di competenza della Giunta. Fortemente voluto e sostenuto dall’assessore D’Amelio e da tutte le donne della Giunta, rappresenta un atto di indirizzo rilevante che, primo in Italia, apre di fatto la possibilità di mettere in moto dinamiche di sviluppo e innovazione all’interno degli organismi istituzionali e che permetterà alle donne di far valere la propria professionalità in una sfera, quella pubblica, ancora troppo dominata dagli uomini. Bisogna che il “modello Campania” diventi patrimonio comune, per questo Maria Fortuna Incostante alla Camera e io al Senato abbiamo presentato una proposta di legge nazionale che prevede l’introduzione del principio di parità in tutte le nomine di competenza della pubblica amministrazione.
Per concludere: la parità uomo- donna costituisce un principio fondamentale del diritto comunitario e nazionale . L’UE ha attuato una politica coerente con un corpus di norme prassi e indirizzi che hanno contribuito ad aumentare in modo significativo il numero delle donne nella sfera pubblica e politica . Anche in Italia la rilevanza dei principi sottesi agli art.51 e 117, ma a ben vedere anche all’art.3 della nostra Costituzione, giustificano una disciplina legislativa cogente e puntuale relativamente alla parità. Ora dipende molto anche da noi.
GARANTIRE IL FUTURO: DIRITTI, LAVORO, PENSIONI. UN NUOVO PATTO TRA LE GENERAZIONI Seminario dei gruppi parlamentari dell’Ulivo, 16 gennaio 2007
Intervento di Anna Maria Carloni
Intervengo per portare nel nostro dibattito un punto di vista di genere. Si tratta di un punto di osservazione e proposta centrale e imprescindibile per una grande azione riformatrice nel segno dell’equità e della crescita. I giovani e le donne sono certamente le risorse strategiche su cui puntare. Sappiamo che si tratta di risorse terribilmente umiliate dal conservatorismo delle classi dirigenti e depotenziate dalla precarizzazione nel mercato lavoro. Il titolo di questo nostro convegno dovrebbe dunque essere corretto nel senso di costruire non solo un nuovo patto le generazioni, ma anche tra i generi.
Per tenere al centro l’equità è fondamentale collocare la questione previdenziale dentro le politiche della crescita, del lavoro del welfare. L’esperienza di governo che abbiamo fatta 10 anni fa ci ha insegnato che per tenere insieme la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale e l’equità serve non scollegare tra loro previdenza e welfare. Dobbiamo, infatti, parlare di nuove regole e tutele dei rapporti di lavoro, come abbiamo fatto con la carta dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, di un’indennità di disoccupazione che finalmente ci metta al passo con l’Europa, di formazione, di misure contro la povertà, di politiche di conciliazione tra lavoro professionale e familiare e, nell’anno europeo delle pari opportunità, di diritti e opportunità per tutte e tutti.
Una novità di questo governo è rappresentata dall’aver creato un dicastero per la famiglia che si aggiunge alla scelta, né ovvia, né scontata di riproporre quello alle Pari Opportunità. A queste scelte attribuiamo il significato di voler dare un forte impulso in direzione di un innalzamento dei tassi di attività femminili e a quelle politiche, in Italia assolutamente secondarie e trascurate, di conciliazione, o meglio, riconciliazione tra vita lavorativa e vita familiare.Queste politiche, ispirate e ancorate alla responsabilità e al senso di autonomia personale che caratterizza il lavoro di cura svolto dalle donne, contengono idee sulla flessibilità che sarebbero certamente buone idee anche per l’organizzazione del lavoro aziendale. La stessa idea di lavorare più a lungo, di cui oggi tanto si parla, con messaggi prevalentemente allarmistici e minacciosi, potrebbe invece essere accettabile anche dalle donne se fosse inserita in un nuovo quadro di diritti e opportunità più rispettoso delle problematiche legate ai cicli di vita e alla grande quantità di lavoro di cura svolto dalle donne.
Pur nella consapevolezza che queste politiche di welfare hanno costi elevati, credo che dovremmo con decisione imboccare questa strada e percorrerla step by step promuovendo una forte ripresa del dialogo sociale e necessariamente attraverso la concertazione con le parti sociali. Prima di tutto donne e giovani, dunque, per avere uno sguardo aperto e proiettato al futuro senza rimuovere il presente con i punti critici e i soggetti deboli del sistema e per offrire a tutti e a tutte la prospettiva di una vita dignitosa nella vecchiaia. Ai giovani dobbiamo saper indicare una prospettiva affidabile e contrastare la sfiducia e il disincanto. Alle donne non possiamo continuare a parlare solo il linguaggio delle penalizzazioni.
Le donne italiane collezionano una quantità maledetta di record. Nel mercato del lavoro sono oltre la metà del precariato, dove permangono per un tempo circa doppio degli uomini. Sono la stragrande maggioranza dei parasubordinati, guadagnano la metà con un titolo di studio mediamente più elevato. Una donna su cinque fa un lavoro che richiede una formazione nettamente inferiore a quella di cui è in possesso. In generale in tutti i settori pur avendo un titolo di studio più elevato svolgono mansioni meno qualificate rispetto agli uomini. Una su dieci esce dal mercato, quando ha un figlio. Il 40% delle donne che non lavorano, lo fanno per prendersi cura dei figli. Solo l’1,2% arriva a 40 anni di contribuzione . Il 52% è al di sotto dei 20 anni di contribuzione (a questo proposito, l’abolizione dello scalone non sarebbe una misura a favore delle donne). Secondo i dati degli enti previdenziali sono femminili il 76% delle pensioni integrate al minimo(cioè 500 euro) e le donne sono maggiormente presenti nelle pensioni di vecchiaia, tra i superstiti e tra i contributi silenti.
E’ una situazione veramente disarmante, anche per questo siamo in Europa tra i paesi più arretrati. La condizione previdenziale femminile è rivelatrice di percorsi di vita e lavorativi che sono anche percorsi familiari oltre che di debole collocazione nel mercato del lavoro e di carenze strutturale dei servizi. Si entra più tardi nel mercato del lavoro legale. La presenza è più intermittente. Maternità e cura dei figli sono difficilmente conciliabili. Si potrebbe continuare per esempio evidenziando come il susseguirsi degli interventi legislativi degli ultimi anni abbiano avuto un’incidenza specifica sulla previdenza per le donne. Un rapporto del CNEL del 2004 ne traccia una disamina alla quale rinvio e conclude a proposito della riforma Dini evidenziando come, con il mantenimento del differenziale dell’età pensionabile tra uomo e donna, incrociato al riconoscimento della maternità a fini pensionistici, si sia riconosciuto nel sistema previdenziale la peculiarità della condizione femminile e il valore sociale della maternità e si indica la necessità che ogni ulteriore, futuro intervento, tenga conto di queste variabili.
Ora è proprio sull’età pensionabile che dall’Europa giunge, puntualmente, ancora una volta, come già in passato a proposito del lavoro notturno, un richiamo alla parità che alle donne italiane suona come una parità niente affatto desiderabile, penalizzante, proprio perché cancella i differenti percorsi lavorativi e contributivi e le necessità che ne derivano. Il tema dell’innalzamento dell’età legale del pensionamento è un tema difficile e delicato, non solo per le donne. Certamente molti lavoratori vicini all’età del pensionamento continuerebbero volentieri a lavorare, così come è certo che chi fa lavori poco gratificanti o usuranti spera di andare in pensione prima possibile. Tuttavia il tema dell’età si propone inevitabilmente a proposito di sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale a seguito dell’invecchiamento della popolazione, che è poi conseguenza della denatalità oltre che, più in positivo, dell’allungamento dell’aspettativa di vita che continua a crescere in misura rilevante e inattesa. Il tema della sostenibilità e delle età effettive, e non solo legali, di pensionamento, ci riporta ai cicli di vita femminili e ai differenti percorsi delle donne nel mercato del lavoro, tanto condizionati dalla maternità e dalla concilazione, spesso impossibile, tra lavoro per il mercato e lavoro per la cura.
E’ innanzitutto da questo punto di vista che qualunque intervento nel segno della parità come semplicistica parificazione dei trattamenti, e in questo caso dell’innalzamento dell’età legale, sarebbe foriero di nuove ingiustizie e penalizzazioni verso le donne oltre che di nessuna utilità dal punto di vista della crescita civile e sociale. La questione ripropone piuttosto la mancanza di una cultura della conciliazione che dobbiamo intendere come una cultura che legittimi la possibilità che uomini e donne, entrambi, facciano lavoro professionale e lavoro di cura potendo contare su orari di lavoro favorevoli, servizi di supporto, utilizzo di congedi, aspettative ecc. Si tratta di uno dei problemi più gravi e non risolto che interviene sulla vita delle donne italiane, considerando in primo luogo la scarsa condivisione tra donne e uomini dei lavori di cura e che attribuisce alle donne italiane il primato europeo delle ore mediamente lavorate (anche dopo l’approvazione della legge sui congedi parentali). E’ una criticità da aggredire con una determinazione che finora non abbiamo mai visto né da parte della politica e ancor meno dalle parti sociali.
E’ importante considerare che i bisogni di conciliazione, per le donne sono particolarmente pressanti in due fasi della vita. La fascia di età sotto i 40 anni, quando si incrociano maternità e opportunità professionali, di carriera e formative e quella sopra i 50, quando prevalgono le necessità legate alla cura degli anziani, che sempre più si incrociano e condizionano pesantemente qualità della vita e del lavoro tanto più alla luce dell’allungamento della vita lavorativa. Un’apertura ulteriore nel senso dell’allungamento dell’età pensionabile delle donne potrebbe essere considerata a mio avviso solo a patto dell’offerta di nuove tutele, diritti e opportunità legate a queste che sono pressanti necessità che derivano dai carichi del lavoro per la cura. Il lavoro per la cura svolto dalle donne, sulla base di un’asimmetrica divisione del lavoro sia sociale sia familiare, non può più essere ignorato. Ignorare la cura come attività umana necessaria significa anche ignorare le interdipendenze e le dipendenze che sono parte fondamentale dell’esperienza umana e riferirsi ad individui solo astrattamente autonomi.
E’ importante individuare al centro di un nuovo patto tra i generi e le generazioni, politiche di ricomposizione dei tempi di lavoro e di cura capaci di agire lungo tutto l’arco della vita, che consentano flessibilità e riduzioni di orario e anche l’utilizzo di congedi, a differenza di oggi, che siano coperti da contributi figurativi, facendo ricorso alla fiscalità generale. La stessa legge sui congedi parentali introduce schemi di questo tipo, per esempio prevedendo la possibilità di richiedere un anno di congedo per motivi di studio da restituire al momento del pensionamento. Fino ad ora non è stato possibile tradurre in pratica questo diritto. Si tratta invece di una idea su cui lavorare e un nuovo sistema di tutele da rafforzare.
LE DONNE DE "L'UNIONE" PER ROSA RUSSO IERVOLINO Napoli, 13 maggio 2006
Intervento della senatrice Anna Maria Carloni
Nei giorni scorsi, mentre in Parlamento eleggevamo Giorgio Napolitano Presidente della Repubblica - e con lui abbiamo portato anche la nostra città e la sua storia al Quirinale - ho pensato a Napoli, a questi 5 difficili anni, e al nostro sindaco con commozione e gioia. Il mio sostegno forte e convinto alla sua candidatura anche per i prossimi 5 anni si fonda su tre considerazioni. La prima: Rosetta è la candidata del centrosinistra. La nostra coalizione è fatta di forze politiche e tradizioni diverse. Rosetta rispecchia al livello più alto la qualità morale e i valori civili e sociali che ci sono comuni e che nutrono il nostro impegno di cittadine e cittadini. Proprio da sindaco del centrosinistra Rosa Iervolino ha lavorato, in questi ultimi cinque anni, in condizioni eccezionalmente critiche, specifiche della città ma anche drammatizzate da un governo nazionale che ha disatteso e mortificato le aspettative di Napoli e di tutto il Mezzogiorno. Nelle condizioni date, aggravate dai consistenti tagli nei trasferimenti nazionali, il bilancio della sua amministrazione è positivo: si pensi soltanto ai progetti che sono in corso di completamento (metropolitana, Scampia, il nuovo porto, solo per citarne alcuni), ma soprattutto - e voglio sottolinearlo - alla volontà fortissima che Rosetta ha avuto di salvaguardare e innovare le politiche sociali. Dobbiamo a lei se Napoli è riuscita a non interrompere servizi essenziali (l’assistentato scolastico per i disabili, l’assistenza domiciliare per anziani e non autosufficienti) e anche a varare progetti pilota di grande importanza quali la teleassistenza e il telesoccorso. Inoltre è proprio nei momenti di massima ristrettezza, e nel nostro caso anche di abbattimento dello spirito civico per la recrudescenza della criminalità, che alcune iniziative possono diventare - e sono diventate - importanti simboli di sfida civile e rinnovato orgoglio civico. Penso in particolare a tutte le iniziative culturali come l’apertura di nuovi teatri e musei civici, ma anche alle risorse partecipative che si mobilitano intorno alle nuove municipalità grazie a un regolamento che garantisce la presenza delle donne nelle liste, una norma che dobbiamo alla determinazione del nostro sindaco . Non mi nascondo che Napoli stia vivendo un momento complesso e per molti aspetti difficile. Sono molte le voci critiche che si levano in città: il sindaco e tutte noi vogliamo e sappiamo ascoltarle. Perché democrazia civica è anche questo: ascolto, condivisione delle analisi e concertazione delle ipotesi di risoluzione. Non dobbiamo dimenticare però che Napoli sta vivendo un periodo di profonda trasformazione (pensiamo soltanto al turismo di massa che solo 10 anni fa non esisteva), una condizione che genera difficoltà e necessità di ritrovare equilibri sociali e politici nuovi. Il secondo motivo sta proprio nell’ascolto. Rosetta ha voluto fondare il programma della sua seconda campagna elettorale a Napoli sui risultato dei numerosi incontri avuti con ampi pezzi della città. Si è fatta in tal modo garante dell’ascolto, della necessità di trovare strade condivise per le politiche cittadine. Trovo che questo sia un valore importante. Penso che l’essenza del partito democratico, che molte di noi vogliono costruire, stia anche in questa apertura, ormai irrinunciabile per la politica, verso la partecipazione di chi della politica non vuole fare una professione ma intende, e fortemente, far sentire la sua voce. Penso che la consapevolezza di avere accanto un governo nazionale finalmente più attento ai nostri bisogni, ci permetta di guardare al futuro con maggiore serenità. Anche per questo noi abbiamo bisogno di sostenere Rosetta e di confermarle la scelta di apertura che lei ha voluto fare. Il terzo motivo sta nell’essere una donna- sindaco, anzi Rosetta è l’unico sindaco- donna di una grande città italiana. Questo, per le donne di Napoli e non solo, ha rappresentato un fattore di grande valore simbolico e una spinta propulsiva fortissima. Non è un caso che molte più donne rivestano oggi ruoli alti di decisione nella nostra città, e non è un caso che anche la rappresentanza femminile in parlamento sia aumentata significativamente (108 donne alla Camera e 44 al Senato). Che si concordi o meno con le idee del centrosinistra, è innegabile che la sua figura ha concorso in modo determinante a “sdoganare” tutte le donne, regalando a tutte, non soltanto a Napoli, l’idea della “normalità” di una donna al comando. La possibilità di colmare del tutto il deficit democratico della scarsa presenza femminile nei luoghi decisionali e politici passa anche, e innanzitutto, nel cambiamento culturale e simbolico della nostra società italiana e Rosa Russo Iervolino sindaco di Napoli per la seconda volta rafforzerà ulteriormente questo cambiamento. Per tutti questi motivi l’impresa di Rosa e dell’amore per Napoli continua ad essere l’impresa di noi tutte . Una impresa che è anche una fatica durissima. Anche per questo motivo vogliamo condividerla con una donna come lei, che conosce le fatiche delle donne e con le donne è sempre disponibile a scambiare emozioni calde, affettuose e solidali. Sono anche questi motivi importanti che fanno di Rosa un sindaco di straordinaria umanità, amata da tante e tanti Napoletani. Un sindaco che è la donna giusta per Napoli.
FORUM "LIBERTA', DIRITTI, RESPONSABILITA': LA CURA DELLA POLITICA" Napoli, Salone Pisacane - Sede UIL, 11 aprile 2002
Intervento di Anna Maria Carloni - Presidente emily in Italia Napoli
Innanzitutto grazie a tutte voi per aver accettato l'invito di Emily ad intervenire a questo forum. Un grazie speciale a nome di tutte al nostro Sindaco. Grazie anche a chi non può essere qui oggi perche’ sta partecipando ad altre contemporanee iniziative politiche - penso alle Donne in Nero, che in questo momento stanno manifestando per la pace e contro l'occupazione militare della Palestina, e alle nostre amiche delle Assise Democratiche impegnate in un convegno sull'articolo 18. Sono qui con noi invece le donne che hanno organizzato per il prossimo sabato 13 in piazza del Gesu’ - e in collegamento con tante altre citta’ italiane - un girotondo per la democrazia e per una scuola delle uguali opportunità. Sara’ una grande, bella e civile manifestazione e anche noi di Emily ci saremo, così come e’ stato per la fiaccolata dei 30.000 a Napoli il mese scorso per la legalità e la democrazia, e il girotondo intorno alla Rai per il pluralismo nell'informazione. Siamo convinte che qualcosa di nuovo e positivo per la politica e la democrazia sia cominciato negli ultimi mesi. Quando 40.000 cittadine e cittadini si muovono spontaneamente - come e’ accaduto per il Palavobis di Milano e poi in tutta Italia - per difendere un principio cardine dei vivere civile quale il principio di legalità e lo stato diritto. Quando tutto il mondo dei lavoro dipendente - ma anche i giovani dei lavoro flessibile e precario - si mobilita in difesa dell'art.18 e si prepara ad uno sciopero generale che probabilmente sara’ uno dei piu’ imponenti della storia del nostro paese. Quando nei luoghi di lavoro e di studio nuovamente si apprezza il linguaggio dell'impegno individuale e della crescita collettiva, e quando ancora centinaia di persone giovani e meno giovani sentono che ha senso partire per Israele e Palestina - usando i propri mezzi e le proprie ferie - e lo fanno sfidando l'abbandono della comunita’ internazionale e il pericolo reale delle armi, riuscendo peraltro a portare l'attenzione dei media e del mondo sulla necessita’ del dialogo e della risoluzione pacifica e negoziata dei conflitto in Mediorìente. Quando ovunque in queste situazioni le donne ci sono e prendono responsabilità politiche e organizzative in prima persona - e questo e sotto gli occhi di tutti - bisogna pensare che davvero qualcosa di diverso e inedito sia cominciato. Per questo abbiamo voluto organizzare, ora, questo forum. Nella nostra precedente assemblea ci siamo interrogate sui rischi per la democrazia nell'Italia berlusconiana. Dove una maggioranza sazia e tronfia interpreta la legittimazione elettorale come una possibilità di svincolarsi dall'obbligo di garantire diritti fondamentali, principi di legalità e costituzionalità, rispetto per la divisione dei poteri e per quella tra interessi privati e pubblici. Abbiamo sottolineato però - in quella stessa occasione - che la stessa coalizione di centrosinistra a cui ci riferiamo poteva involontariamente rappresentare un rischio per la democrazia, se non avesse ripreso il lavoro di fare di se stessa un soggetto credibile per l'alternativa al centrodestra. Chi sta all'opposizione deve saper costruire ogni giorno la possibilità di diventare maggioranza e ciò richiede un progetto di partecipazione, di decisione, di coinvolgimento di molte e molti, di regole e pratiche condivise e trasparenti. La funzione dell’opposizione e’ una funzione democratica fondamentale tanto quanto quella di coloro che hanno responsabilità di governo. Per questo abbiamo deciso che la nostra missione - promuovere e sostenere l'impegno delle donne nella vita pubblica e politica - oggi più che mai deve guardare al rilancio della democrazia dell'alternanza, e perciò a soggetti, luoghi, pratiche e regole che siano adeguati a questa prospettiva democratica. Il registrare che sono sempre di più le donne che sentono la necessita’ di impegnarsi e prendersi responsabilità nelle iniziative in difesa della democrazia, ci motiva maggiormente a perseguire in quella che abbiamo scelto come nostra missione e sentiamo come nostra responsabilità. Proprio su questo tema vogliamo oggi confrontarci. Abbiamo costituito Emily in primo luogo perche’ sentiamo necessaria una forte presenza delle donne in politica, nelle istituzioni e nelle cariche elettive. Pensiamo che quella femminilizzazione della societa’ di cui tanto si parla - e che c'è, reale, evidente - non necessariamente ha comportato e comportera’ una presenza adeguata nei luoghi decisionali. Una presenza adeguata non c’è, infatti. E questo rappresenta sempre di più un problema pratico, non teorico, per ciascuna di noi nella sua vita quotidiana. Competenze e capacità mortificate. Buone idee e progetti che vengono boicottati. Bisogni e necessità che non trovano ascolto. Rappresenta un problema anche per quelle – poche - che nelle istituzioni ci sono. Che fanno l'esperienza della solitudine, della estrema durezza nello svolgimento dei proprio lavoro, della continua messa a rischio dei senso di ciò che si fa. Rispetto alla continua diminuzione della presenza femminile nelle istituzioni abbiamo misurato il silenzio imbarazzato o indifferente degli uomini, e - spesso - una sorta di rassegnazione o viceversa una insofferenza che rasenta la rabbia da parte delle donne. Abbiamo cercato di costruire su questi elementi un lavoro, uno scambio, una iniziativa. Una riflessione su quanto fortemente incida la crisi dei meccanismi della politica chiusa in se stessa - inaccessibile e veramente scollata da tante capacità, competenze e bisogni della vita sociale - sulla presenza delle donne nei luoghi decisionali. Su questi elementi abbiamo costruito il nostro sogno di una via possibile alla politica che possa essere praticabile da tante altre donne. Lo abbiamo immaginato e fondato sulla valorizzazione di quelle abilità e competenze che nascono dalle responsabilità grandi che sappiamo prenderci sempre per tutto ciò che ci sta a cuore, che consideriamo necessario e fondamentale: penso alla cura delle relazioni per il benessere sostanziale delle persone e delle organizzazioni umane o alla capacità di risolvere i problemi facendo economia di tutte le risorse disponibili per raggiungere il risultato che ci sta a cuore. Per questo abbiamo scelto la modalita’ di stare in rete e fare rete, il passaggio di competenze e di informazioni. Messo al centro della nostra attività la formazione, non tanto come formazione didattica ma come modalità per la costruzione di un circuito nel quale scambiarci esperienze, saperi e forza per esistere sulla scena pubblica. Abbiamo anche individuato come necessario e strategico lo scambio costante con le donne che hanno responsabilità politiche e istituzionali in prima persona. A loro ci riferiamo e con la loro esperienza ci compromettiamo in un patto e un percorso comune: quello di scambiarci forza per crescere insieme più forti e attrezzate, li’ dove siamo nella vita sociale; più forti e meno sole nel duro lavoro delle istituzioni e della politica. Noi crediamo che l'esperienza fatta a Napoli ci abbia dato ragione. Quando ci siamo trovate in tante, tra primo e secondo turno per l'elezione dei sindaco, eravamo donne molto preoccupate per il rischio che correva la nostra città se il centrosinistra avesse perso il Comune e per gli allarmanti fatti accaduti in alcuni seggi al primo turno. Ma ci siamo sentite ancor più responsabilizzate perche’ la prospettiva futura della citta’ si giocava sul successo di una donna, della cui elezione abbiamo avuto cura fino in fondo. Credo che molta parte in quella rinnovata partecipazione degli ultimi tempi e nei movimenti di cui tante donne sono animatrici in queste settimane, abbia a che fare con quella ragione profonda dei voler prendersi responsabilità e cura di ciò che consideriamo il bene comune. Su questo vi invitiamo a parlarci e a portare qui una testimonianza. Con quale scopo? Il nostro e’ esplicito: non pensiamo affatto che la coalizione di centrosinistra - di cui c'e’ bisogno per il progetto di alternativa e di partecipazione a cui accennavo prima - esista gia’ e che i partiti che la compongono siano adeguati a costruirla ogni giorno. Pensiamo anche che se coalizione e partiti continueranno ad avere un volto esclusivamente maschile, si perpetuera’ quello scollamento, quella chiusura alla società che segnalano un reale deficit democratico. Noi pensiamo che un'altra politica sia possibile e perciò un'altra coalizione necessaria. Per questo e’ necessario esserci. E' una responsabilita’ anche quella di delegare ai soli uomini il lavoro della politica e delle istituzioni. Una responsabilità che sentiamo di non volerci prendere. La coalizione, i partiti devono cambiare, aprirsi al resto della societa’ dandosi, per esempio, regole chiare, rispettate, esigibili da tutte e da tutti. Quando le regole sono chiare sono tante le donne che vincono. Emily a Napoli e’ a disposizione di questo progetto. Lo e’ gia’ stata e lo sara’ ancora di piú di prima. Perche’ più di prima sentiamo la necessità che cambi la politica della sinistra, del centro e del centrosinistra. Su questo progetto oggi vogliamo rifondarci e creare una nuova associazione. Vi proponiamo di confrontarci sulla nostra Carta degli Intenti e di sottoscriverla. Vi proponiamo di continuare a confrontarci, valorizzando tutte le nostre diverse esperienze: associazioni, sindacato, movimenti e partiti. Abbiamo il sogno di fare squadra sempre meglio e sempre di più nella vita sociale e nelle istituzioni. Dialogare, lavorare insieme, rafforzare la qualità e la progettualità della nostra iniziativa qui dove il centrosinistra governa le principali istituzioni. Ma anche nel paese, consapevoli della fiducia che tanti e tante ripongono nel centrosinistra per governare di nuovo domani e fare oggi una opposizione netta e consapevole.
SGUARDI OLTRE LE GUERRE Napoli 10 dicembre 2001
Intervento di Anna Maria Carloni, coordinatrice associazione Emily Napoli
Essere donne occidentali vuol dire aver ricevuto alla nascita una dote effettiva di diritti, libertà e democrazia. Una forte eredità che la nostra generazione ha arricchito di nuove conquiste. Dopo l'11 settembre l'idea di vivere nella parte migliore del mondo è stata colpita duramente, così come e’ stato colpito il nostro sistema di sicurezze quotidiane. Noi, donne dell'occidente, ci sentiamo oggi meno baldanzose per quelle conquiste e quella libertà femminile che abbiamo consegnato fiere, come un pacco dono, alle nostre giovani figlie. Ci ritroviamo improvvisamente cittadine a tutti gli effetti di un Occidente in guerra. La pace nel mondo è a rischio e su tutte/tutti pesa la minaccia di nuovi terribili conflitti. Di qui la necessità e l'urgenza di più forti connessioni tra donne impegnate nella sfera pubblica e politica. W. Churchill nel 1936 diceva "… la natura dell'uomo è rimasta praticamente immutata nei secoli. In condizione di tensione sufficientemente acuta per la paura, la fame, lo scatenamento di istinti guerreschi o persino per un freddo delirio intellettuale , l'uomo moderno continuerà a commettere gli atti più terribili e la sua donna lo spalleggerà." E' ancora vero? E' vero che le guerre sono, come sempre, un affare degli uomini. Per le donne, invece, è cambiato davvero molto. Tant’è che oggi annotiamo la presenza anche di donne belligeranti. Ma soprattutto registriamo come tante piu’ donne siano meno disponibili a spalleggiare gli uomini. Mi ha colpita una dichiarazione della madre di Bin Laden: persino lei, fatto salvo l'amore materno, ha affermato di non approvare affatto le azioni attribuite al figlio. A proposito di guerra parole come estraneità, complicità, rassegnazione, sottrazione non sono più oggi identificative del femminile. Lo testimoniano le tanti reti di donne che si sono formate per sostenere le donne Afghane, per i diritti umani ma anche politici e civili. Ancora prima le stesse reti hanno sostenuto le Algerine, che a migliaia sono state massacrate mentre combattevano il fondamentalismo, e le bosniache nel terribile conflitto dei Balcani, quando lo stupro sistematico fu scelto come arma strategica del conflitto etnico o come si direbbe oggi del conflitto di civiltà. Molto è cambiato tra le donne e molto perciò anche nel rapporto tra uomini e donne: non e’ un caso che il corpo femminile stuprato o cancellato da un burqua sia diventato sempre più centrale nelle guerre contemporanee. Per questo oggi siamo qui. Per volontà di una donna sindaco e di molte altre che nelle istituzioni e nelle associazioni hanno finalmente voce in capitolo. Queste voci potranno pesare sempre di più se ci terremo in rete, con l'intenzione di dirci la verità su quello che pensiamo, che facciamo, che vogliamo e che possiamo fare insieme per pace e diritti umani. Il titolo di oggi - sguardi oltre le guerre - allude a responsabilità e impegno costanti. Questo appuntamento del 10 dicembre a Napoli è soltanto una tappa in questo impegno. Per guardare oltre è però necessario parlare di guerra. E' davvero angosciante constatare come la Guerra sia entrata da padrona nel nostro lessico quotidiano, ancora una volta come la normale continuazione della Politica (della cattiva politica, che ci infesta). L'art. 11 della nostra Costituzione che ripudia la guerra non viene mai nemmeno ricordato nei vari talk show televisivi dove il messaggio prevalente è semmai quello della normalità della guerra. Chi ripudia la guerra entra nel catalogo delle cosiddette anime belle - nel senso di imbelli - e per questo storicamente responsabili di sciagure. La pace diventa così un tema da riservare al Papa o al Dalai Lama, in qualità di testimoni esclusivamente spirituali. Questa operazione linguistica costa un prezzo enorme sul piano simbolico, a cominciare dalla cancellazione della memoria terribile dell’ultimo conflitto mondiale. Quello che tutti, oggi, dovremmo fingere di non sapere è che nel mondo globale lo schema della guerra come annientamento militare del nemico non ha altra possibilita’ di affermazione se non quella di una globalizzazione del conflitto armato. La guerra ha sempre bisogno di menzogne e manipolazioni. La rapidità con cui è crollato il regime talebano ci dice semmai che non era necessario portare in Afghanistan la guerra e migliaia di vittime civili. Invece sulla strada intrapresa è oggi possibile l’allargamento del conflitto ad altri paesi, in nome della guerra al terrorismo internazionale, anche se tutti sappiamo che le basi del terrorismo sono tra noi. Le stesse tecnologie belliche sono ormai a disposizione di tutti, tant’è che possono essere utilizzate anche contro una grande potenza, così come tutti abbiamo ben compreso l’11 settembre. Ecco perciò l’importanza di portare in primo piano la responsabilità politica e l’azione concreta per la pace che, come ricorda il Papa, deve essere congiunta a quella per un mondo più giusto e rispettoso dei diritti e della dignità umana. La responsabilità che vogliamo prendere qui riguarda in primo luogo le donne. In Afghanistan le donne sono state un soggetto politico della lotta al regime dei talebani. Per questo la presenza delle donne nel governo è così importante: si tratta di un primo risultato di quelle donne e delle reti di donne che in tutto il mondo le hanno sostenute. Il nostro aiuto dovrà continuare ed essere concreto, perché la guerra civile continuerà, i diritti continueranno ad essere calpestati. Quello che sappiamo con certezza è che se non cambierà niente di sostanziale per le donne non cambierà niente per quel paese, con o senza il Mullah Omar. Con lo stesso impegno e responsabilità dobbiamo guardare all’area del Mediterraneo. Quello che possiamo fare - e che abbiamo voluto fare anche oggi invitando donne israeliane e palestinesi - è aiutare la ripresa del dialogo e la negoziazione della pace. Aiutare non vuole essere un modo di dire, ma di realizzare azioni concrete per quella pace che sembrava a portata di mano e che può tornare ad essere possibile, se la comunità internazionale saprà essere presente, in modi e forme diverse, anche dal basso, così come da anni fanno le Donne in Nero, e le tante altre associazioni e istituzioni che hanno lavorato costantemente per il dialogo israeliano-palestinese. Esserci, ora, può fare la differenza e aiutare a rimuovere la cortina di isolamento, paura, reciproca diffidenza che ogni giorno incrementa la contabilità dei morti, soprattutto palestinesi. L'ultimo punto che vorrei toccare riguarda l'Europa. L'Europa unita nel segno dell'Euro può essere sempre più l'Europa che promuove la Pace e la globalizzazione dei diritti oltre i confini dell'Europa stessa. Già prima dell'11 settembre era chiaro che un modello di globalizzazione ingiusto e privo di solidarietà ci aveva condotto ad un punto limite dell'equilibrio mondiale. Oggi non c'è più discussione. Per quella globalizzazione non c'è futuro. La lotta al terrorismo è una priorità che richiede anche specifiche misure di sicurezza a cui tutti dobbiamo collaborare, ma per vincere serve soprattutto uno scatto di civiltà nel senso della universalità dei diritti umani e di cittadinanza, della pace e dello sviluppo umano per tutti i popoli del mondo, del rispetto del diritto internazionale ovunque. In altri termini una nuova globalizzazione nel segno della civiltà per tutti e non della finanza per pochi. A questo l'Europa che vogliamo deve lavorare.
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