Lavoro femminile nel mezzogiorno e la proposta di legge presentata per contrastare le «dimissioni in bianco» - espediente utilizzato da alcuni datori di lavoro per rendere agevole il licenziamento delle lavoratrici in caso di maternità - sono stati i temi centrali dell’intervento di Anna Maria Carloni, questa mattina a Caserta, alla manifestazione “Le utopie delle donne”. Il lavoro delle donne è stato storicamente osteggiato a causa del maggior costo derivante dalla maternità. La mancanza del contributo femminile, in particolar modo nel sud del paese, determina una crisi sociale ma anche una mancata crescita culturale all’interno della famiglia. E’ necessario quindi dare impulso alla legislazione sul lavoro e agli strumenti per superare tale criticità. “La finanziaria 2007 ha compiuto un primo importante passo” - ha affermato la senatrice Ds - “accogliendo le nostre richieste, ha previsto sgravi fiscali per le aziende del mezzogiorno che assumono donne”. Carloni ha poi illustrato la proposta di legge di cui è cofirmataria, finalizzata a contrastare la pratica - purtroppo utilizzata ancora oggi da alcuni datori di lavoro - di far firmare alle lavoratrici, all’atto dell’assunzione, «dimissioni in bianco» che rendono possibile all’azienda licenziamenti altrimenti immotivati, che sono in tantissimi casi legati alla maternità. L’impegno legislativo va poi indirizzato sul rafforzamento dei servizi per i bambini e gli anziani a supporto delle donne lavoratrici, ma anche su regolamentazioni innovative che permettano la copertura contributiva figurativa di quei periodi nei quali le lavoratrici sono impegnate in attività dal forte valore sociale quali quelle di cura degli anziani.

E’ un titolo fortemente evocativo quello dato al contributo a sostegno della mozione Fassino, che è stato presentato stamane a Roma, proposto alla discussione dal cosiddetto “gruppo dei 26” in vista del prossimo congresso nazionale Ds. L’ho firmato convinta perché il punto non è se fare il Partito Democratico, quanto piuttosto come farlo. Non mi nascondo le difficoltà che questo progetto incontrerà nel suo cammino. Soprattutto nella capacità di coinvolgere non soltanto i militanti di partito, gli iscritti, ma anche tutti coloro che vogliono dare un contributo di idee, di concretezza e di vitalità alla politica. La necessaria sintesi politica e culturale è possibile solo a patto che si abbandonino le antiche liturgie e i riti verticistici, per lasciare spazio al rinnovamento, al ricambio generazionale, ad una maggiore presenza di donne. “… dobbiamo assumere un credibile impegno a liberalizzare la politica, a introdurre principi di merito per la selezione delle classi dirigenti. Un progetto politico nuovo, infatti, non è credibile senza una classe dirigente che gli corrisponda…” si legge tra l’altro nel documento. Le molte adesioni giunte in poche settimane mi confermano nella convinzione che la voglia di partecipazione alla politica è molto più diffusa e concreta di quanto non riusciamo a percepire dentro i partiti. Il documento è un tentativo di portare, dentro il congresso, la voce degli iscritti ma, anche, dei non iscritti. E' possibile aderire -indicando nome, cognome, comune di residenza, se iscritti o meno ai DS, professione ed eventuale incarico politico ricoperto- inviando una e-mail indirizzata a: redazione@centopassi.info

Care amiche e amici, a un anno dalla pubblicazione on line, il mio sito si rinnova. Non soltanto nella veste grafica, quanto soprattutto nella possibilità (che spero molti di voi avranno voglia di utilizzare) di commentare le notizie e le riflessioni pubblicate. Da quando è cominciato il mio impegno in senato, il tempo per gli incontri, i dibattiti e gli scambi di opinione si è fortemente limitato. E, se da una parte il lavoro istituzionale mi dà modo di dare un maggiore contributo politico sui temi che da sempre mi appassionano, dall’altra mi manca lo stretto contatto con le persone, che ormai da molti anni caratterizza il mio impegno. Ho pensato che il web, forse, poteva ovviare a questa mancanza. Che le tante discussioni, riflessioni, informazioni potevano trovare nel sito un luogo alternativo per proporsi e farsi sentire.
Non avrei immaginato, però, di scrivere il primo post in un momento di tale forte crisi. In questi mesi di lavoro si è vissuto ogni giorno il peso di una maggioranza al senato troppo limitata. Ciononostante credo che il senso di sgomento per quanto accaduto sia condiviso tra tutti noi: era forte in aula, quando siamo rimasti impietriti nell’ascoltare l’esito della votazione, è forte nei commenti dei nostri elettori. Penso però che, a maggior ragione in questo momento, bisogna lavorare perché il governo Prodi possa continuare il suo lavoro, perché possa tornare alle Camere sostenuto – anche nei luoghi istituzionali – da quella maggioranza politica che gli italiani, con grande chiarezza, hanno scelto il 9 e10 aprile 2006.
I dati Istat sulla violenza contro le donne resi noti questa mattina e i gravi fatti accaduti a Solofra, in provincia di Avellino, e nell’alto Casertano, confermano la profonda solitudine delle donne e la recrudescenza delle violenze, soprattutto tra le mura domestiche. E sottolineano soprattutto la necessità di essere vicine ed aiutare con le adeguate risposte tutte quelle donne che, come Antonella, hanno avuto il coraggio di ribellarsi. Per questo ritengo che le sedi territoriali preposte alla prevenzione e all’aiuto, dai consultori ai centri antiviolenza, debbano rafforzarsi, come le donne chiedono da tempo, ed essere un riferimento per tutte in un sistema di welfare moderno e solidale. C’è tuttavia l’esigenza di un salto di qualità, di una presa di coscienza collettiva da parte degli uomini. A tal proposito è importante riprendere il tema sollevato dall’appello dell’ottobre scorso “ La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la parola come uomini”. I firmatari di quel testo sollevano la necessità di una chiara presa di parola pubblica e di assunzione di responsabilità da parte maschile perché una forte presenza pubblica maschile contro la violenza degli uomini potrebbe assumere valore simbolico rilevante.
Intervenendo ieri a Napoli al convegno “Più donne per la democrazia”, organizzato dalla VI Commissione regionale, ho voluto porre l’attenzione su un punto che ritengo di estrema importanza. L’asimmetria di genere che si verifica nei livelli direzionali e dirigenziali, e soprattutto nella politica, rappresenta un dato allarmante per le donne, ma certamente non è un problema che riguarda soltanto le donne. L’assenza e comunque la scarsa presenza delle donne rappresentano un simbolo e un sintomo di un deficit democratico di più ampia portata che il nostro paese si trova ad affrontare. Le assemblee elettive sono oggi drammaticamente poco rappresentative dell’elettorato. La politica soffre da troppo tempo di una sempre più accentuata separazione dal paese reale, di una incapacità di interpretare appieno le istanze della società. Da troppo tempo la politica è incapace di rigenerare se stessa, di innovare la classe dirigente in base a reali meccanismi di ricambio. E questo genera una sempre più diffusa sfiducia, un allontanamento che diventa ogni giorno più marcato tra classe dirigente politica e cittadini. Dobbiamo chiedere con forza regole chiare e trasparenti che possano garantire che ciascun gruppo possa far sentire la propria voce nella vita pubblica. Ristabilendo quelle dinamiche che sono alla base di una democrazia compiuta. Esiste quindi, per le donne ma anche oltre le donne, un problema di deficit democratico prima ancora che di rappresentanza. Rimango convinta che è necessario utilizzare strumenti normativi forti per mettere ”rimettere in gioco” il sistema. Attuando il riequilibrio di genere nelle leggi elettorali – con le cosiddette “quote rosa”, ma anche consentendo maggiore partecipazione, più democrazia e più trasparenza all’interno dei partiti, attraverso la formalizzazione delle “primarie” per la scelta dei candidati. Sono queste le due architravi sulle quali è necessario fondare una vera riforma del sistema della rappresentanza politica. L’una senza l’altra darebbero vita ad un sistema monco, privo di reale efficacia. Sono le due gambe sulle quali può realmente camminare quella innovazione della politica che sempre più elettori ci chiedono. Bisogna agire a livello locale e nazionale su queste due direttrici. Producendo circoli virtuosi che permettano di diffondere le buone pratiche e di dare risoluzione al deficit di rappresentanza e di democrazia accumulato in questi anni.
(il testo integrale dell'intervento)
Un gruppo di intellettuali cattolici ha segnalato un disagio, presentando un’altra posizione rispetto a quella ufficiale della Chiesa sul progetto di legge sui diritti delle convivenze. Studiosi, storici, professori cristianamente impegnati e pienamente inseriti nella comunità ecclesiale (fra gli altri Giuseppe Alberigo, Alberto Melloni, Vittorio Bellavista, Ugo Perone, Maria Serenza Piretti, Raniero La Valle, Giuseppe Ruggeri, Ettore Masina) hanno firmato un appello in cui invitano la Conferenza episcopale italiana a non intervenire con una nota ufficiale che imponga un voto ai politici cattolici italiani. Si tratterebbe, secondo i firmatari, di un atto “di inaudita gravità”.
Il testo integrale dell’appello sul sito attivato per la raccolta delle adesioni
Il testo dell'appello sull'interpretazione dell'articolo 29 della Costituzione lanciato dalla Fondazione Critica liberale. Per adesioni: info@criticaliberale.it
Senza entrare nel merito della discussione delle attuali proposte di riforma, volte a riconoscere o tutelare in diversa forma e misura unioni familiari di tipo diverso da quello tradizionale, ci preme però chiarire che è infondata l'affermazione secondo cui l'articolo 29, primo comma, della vigente Costituzione porrebbe dei limiti costituzionali al riconoscimento giuridico delle famiglie non tradizionali o non fondate sul matrimonio, come è ormai avvenuto in quasi tutti gli altri paesi dell'Europa occidentale. L'articolo 29, primo comma, non impone affatto alla Repubblica di riconoscere come famiglia solo quella definita quale "società naturale fondata sul matrimonio". Impone invece alla Repubblica di riconoscere i suoi diritti, in quanto espressione dell'autonomia sociale. Testualmente: "la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio". Ad essa viene quindi garantita una sfera di autonomia rispetto al potere dello Stato. Per tale motivo sarebbe contraria alla Costituzione una legge ordinaria che mirasse a disconoscere i diritti di tali famiglie. "Circoscrivere i poteri del futuro legislatore in ordine alla sua [della famiglia] regolamentazione": questa la funzione della disposizione secondo quanto ebbe a dichiarare Costantino Mortati nell'Assemblea costituente. "Non è una definizione, è una determinazione di limiti", ribadì nella stessa sede Aldo Moro. Il Costituente del 1946-47 non poteva immaginare che nei decenni successivi sarebbe stata avanzata in Italia o altrove la richiesta del riconoscimento di famiglie di tipo diverso dal modello tradizionale, mentre vivo era invece il ricordo del tentativo fascista di monopolizzare l'educazione dei giovani, tentativo analogo a quello in corso proprio in quei mesi con l'instaurazione di regimi stalinisti in molti paesi dell'Europa centrale: e tale era appunto il pericolo che con la formulazione dell'articolo 29 si intendeva scongiurare. Inoltre, secondo l'art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, la disciplina nazionale può modulare variamente le modalità di esercizio dei distinti diritti di sposarsi e di costituire una famiglia, ma non in forme tali che possano portare alla vanificazione dell'uno o dell'altro. Il riconoscimento giuridico di altri tipi di famiglia non comporterebbe alcun disconoscimento dei diritti delle famiglie fondate sul matrimonio e non potrebbe quindi violare il disposto dell'articolo 29, primo comma, della Costituzione. Il fatto che la Costituzione garantisca in modo particolare i diritti della famiglia fondata sul matrimonio non può in alcun modo avere come effetto il mancato riconoscimento dei diritti delle altre formazioni famigliari. A proposito delle quali vanno invece tenuti ben presenti il fondamentale divieto di discriminare sulla base, anche, di "condizioni personali", di cui all'articolo 3, primo comma, della Costituzione, e il dovere della Repubblica di riconoscere e garantire "i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità", di cui all'articolo 2, già richiamato in questa materia dalla giurisprudenza costituzionale.
Questo Appello, promosso dalla "Fondazione Critica liberale", è stato sottoscritto da: Gaetano Azzariti (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. Roma "La Sapienza"), Mauro Barberis (Prof. Filosofia del Diritto - Univ. Trieste), Piero Bellini (Prof. emerito Univ. Roma "La Sapienza" - Accademico dei Lincei), Roberto Bin (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. Ferrara), Giuseppe Bozzi (Prof. Diritto Civile - Univ. Luiss "Guido Carli" Roma), Giuditta Brunelli (Prof. Istituzioni di Diritto pubblico - Univ. Ferrara), Massimo Carli (Prof. Istituzioni di Diritto pubblico - Univ. Firenze), Paolo Cendon (Prof. Istituzioni di Diritto Privato - Univ. Trieste), Enzo Cheli (Prof. Diritto costituzionale - Univ. Firenze - Accademico dei Lincei), Giovanni Di Cosimo (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. Macerata), Alfonso Di Giovine (Prof. Diritto Costituzionale Comparato - Univ. Torino), Gilda Ferrando (Prof. Diritto Privato - Univ. Genova), Gianni Ferrara (Prof. emerito - Univ. Roma "La Sapienza"), Vincenzo Ferrari (Prof. Filosofia del Diritto - Univ. Milano), Nicola Fiorita (Prof. Diritto Ecclesiastico - Univ. Firenze), Maurizio Fumo (Magistrato), Gladio Gemma (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. Modena e Reggio Emilia), Paolo Giangaspero (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. Trieste), Gustavo Ghidini (Prof. Diritto Commerciale - Univ. Milano), Riccardo Guastini (Prof. Filosofia del Diritto - Univ. Genova), Mario Lana (Avvocato, Presidente Unione forense per la tutela dei diritti umani), Sergio Lariccia (Prof. Diritto Amministrativo - Univ. Roma "La Sapienza"), Barbara Pezzini (Prof. Diritto Costituzionale - Univ. Bergamo), Roberto Pinardi (Prof. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Modena e Reggio Emilia), Alessandro Pizzorusso (Prof. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Pisa - Accademico dei Lincei), Fausto Pocar (Prof. Diritto internazionale - Univ. Milano - Pres. Tribunale penale dell'Aja) Valerio Pocar (Prof. Sociologia del Diritto - Univ. Milano "Bicocca"), Salvatore Prisco (Prof. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Napoli "Federico II"), Andrea Pugiotto (Prof. di Diritto costituzionale - Univ. Ferrara), Pietro Rescigno (Prof. emerito Univ. Roma "La Sapienza" - Accademico dei Lincei), Paolo Ridola (Prof. Diritto Costituzionale Comparato - Univ. Roma "La Sapienza"), Paola Ronfani (Prof. Sociologia del diritto - Univ. Milano), Francesco Rimoli (Prof. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Teramo), Stefano Rodotà (Prof. Diritto Civile - Univ. Roma "La Sapienza"), Gustavo Zagrebelski (Prof. Diritto costituzionale - Univ. Torino - Accademico dei Lincei), Paolo Zatti (Prof. Istituzioni di diritto privato - Univ. Padova), Alessandro Oddi (Avvocato, Dott. ric. in Diritto Costituzionale - Univ. Roma "La Sapienza"), Roberto De Felice (Avvocato dello Stato), Antonio Caputo (Avvocato, Docente Scuola di Specializzazione Professioni Legali - Univ. Torino), Giuseppe Fiengo (Avvocato dello Stato), Mario De Crescenzo (Studioso di Diritto Amministrativo), Silvia Borrelli (Avvocato, Dott. ric. in Diritto del Lavoro, assegnista - Univ. Ferrara) Domenico Pulitanò (Prof. Diritto Penale Univ. Milano "Bicocca"), Andrea Galliano (Milano) Nicola Vizioli (Ric. Istituzioni di Diritto Pubblico - Univ. Siena), Paolo Solimeno (Avvocato, Coordinatore “Aequa Toscana”), Dario Accolla (Catania), Maurizio Mazzi (Roma).

Sono felice per l'approvazione, oggi in Consiglio dei Ministri, del DDL sulle unioni di fatto. In primo luogo perché la coalizione dimostra di saper mantenere gli impegni presi con gli elettori: l'affermazione di diritti che venivano fino ad oggi negati a tanti - troppi - cittadini italiani era un impegno preciso del programma elettorale, impegno che oggi è stato onorato. Da oggi "Due persone maggiorenni, anche dello stesso sesso, unite da reciproci vincoli affettivi, che convivono e si prestano assistenza e solidarietà materiale e morale, non legate da vincoli di matrimonio, parentela in linea retta, adozione, affiliazione, tutela, curate o amministrazione di sostegno, sono titolari dei diritti e delle facoltà stabiliti dalla presente legge". Voglio sottolineare il ruolo decisivo che i ministri Rosy Bindi e Barbara Pollastrini hanno avuto nel tormentato percorso cheha portato all'approvazione del testo, e ringraziarle del prezioso lavoro fatto per l'avanzamento dei diritti nel nostro paese.
"Trovo che sulle unioni civili tutto debba essere fatto nel rispetto del programma elettorale dell'Unione, se il ministro Mastella lo ha sottoscritto, come segretario di un partito, e poi sceglie diversamente, trovo che venga meno al patto con gli elettori". Anna Maria Carloni, senatrice diessina, entra nel dibattito sulle unioni di fatto, alla vigilia del voto alla Camera sulle mozioni (ne sono state presentate dieci in tutto, fra maggioranza e opposizione) che stanno provocando, nelle ultime ore, delle insolite alleanze. Ed e' la mozione dell'Udeur, il partito del ministro della Giustizia, Clemente Mastella, che raccoglie non trascurabili consensi trasversali: Pierferdinando Casini ha infatti gia' annunciato che l'Udc e' pronta a votarla, cosi' come ha manifestato la sua adesione anche l'ex ministro per le Pari opportunita' di Forza Italia, Stefania Prestigiacomo. Carloni tocca un altro 'nervo scoperto' della questione: le preoccupazioni della Chiesa, di cui, ieri da Madrid, il presidente della Repubblica Napolitano ha affermato bisogna tener conto. La senatrice ds sostiene invece che "il tema delle unioni civili riguarda l'estensione di diritti civili e sociali, e non puo' in alcun modo essere annoverato fra i temi eticamente sensibili, rispetto ai quali - conclude - si puo' far valere la liberta' di coscienza". (Agenzia DIRE, Roma)
Una corrente delle donne per il partito democratico. L'iniziativa è stata lanciata stamane dalla senatrice Ds Anna Maria Carloni, nel corso di un incontro sul partito democratico organizzato da Emily Napoli. Presenti all'iniziativa il ministro Giovanna Melandri, il sindaco Rosa Russo Jervolino, le assessore Teresa Armato e Angela Cortese, la consigliera Luisa Bossa. "E' un dato di fatto del quale dobbiamo essere consapevoli - ha dichiarato la senatrice nel suo intervento di apertura - in questa fase politica di nascita del partito democratico donne e giovani non ci sono. E non si rileva, al momento, alcuna riflessione sulla forma che il futuro partito vorrà darsi per costruire un soggetto politico nuovo, che risponda ai concreti bisogni di riconoscibilità e partecipazione tante volte espressi dagli elettori"- prosegue Carloni. "Abbiamo organizzato questo incontro perché siamo convinte sostenitrici del partito democratico, ma a patto che questo non si riduca ad una pura sommatoria dei gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita ma, al contrario, diventi lo strumento di partecipazione alla politica dei tanti giovani e donne che si riconoscono non nei singoli partiti ma nell'Ulivo. "Un partito democratico aperto alla societa', che interpreti questa forte domanda di cambiamento della politica e segni una svolta per le donne" "Per raggiungere questo obiettivo proponiamo di dar vita a una grande corrente femminile, una sorta di coalizione che voglia impegnarsi per costruire un buon partito democratico e rinnovare la classe dirigente e la politica - sottolinea ancora la senatrice dei Ds. "Ritengo sia un impegno condivisibile, al di là delle differenti posizioni politiche. Un progetto per dare al futuro partito democratico regole rispettose dell'impegno di tutti e di tutte" - conclude Carloni.
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